A macchina

Un tempo la macchina da cucire suscitò grandi entusiasmi. Permetteva alle donne di conciliare i doveri domestici con il lavoro pagato e rendeva tutto più veloce. Che noi si stia facendo marcia indietro e si tenti di rallentare tornando all’artigianato è un sintomo di quella malattia che ci fa girare in tondo come trottole, senza farci percepire l’orgoglio di ottenere nella professione e nella vita privata risultati importanti. Stiamo combattendo una battaglia probabilmente persa in partenza, ma ne vale comunque la pena: i nostri manufatti, anche se meno precisi e tecnicamente perfetti dei ricami delle nostre nonne, hanno grazia, freschezza, in un’esplosione di forme e di colori.

I nostri prodotti sono oggetti, dormiamo nelle nostre lenzuola, indossiamo i nostri maglioni che non sono evanescenti come le immagini sullo schermo. Però a volte abbiamo impressione che nella nostra sfida alle macchine, sottovalutiamo la possibilità di pensarle ancora come nostre alleate e, se ci rifiutiamo quasi sempre di acquistare i ricami il cui rovescio denunci l’opera di un ago meccanico, siamo pronte ad ammettere un’eccezione alla regola, quando abbiamo tra le mani una tovaglietta come questa.

Gruppo orientale

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