Babbucce

Cristina, nei rari momenti di umore patibolare, pensa che il luogo dove si troverebbe meglio sarebbe una cella di isolamento, a patto che le lasciassero portare libri, lane e uncinetti. È una fantasia fuggevole e disfattista, che la fa sentire in colpa quando si reca in quelle case dove donne straniere accudiscono gli anziani vivendo praticamente da recluse. Loro hanno qualche ora al giorno di libera uscita e tanti momenti di noia assoluta.

Condividendo con Cristina la passione per i lavori femminili sono orgogliose di mostrarle maglioni, scialli e pantofole fatti a mano. Sono così contente di trovare un’ammiratrice che spesso le donano bellissime pantofole, dal momento che lei ammette di non saperle fare, mentre le sciarpe che porta al collo tutto l’inverno testimoniano della sua abilità. Sono  pantofole che ricordano a Cristina le proprie origini slave, le fredde terre dell’interno della Croazia dove sono vissuti i suoi avi e dove ben quarant’anni fa acquistava strane calzature formate da striscioline di cuoio intrecciate, con la punta all’insù, che poi non aveva il coraggio di indossare. Ora le piace molto un tipo di babbuccia piatta come i cappelli a bustina degli aviatori, che però indossata acquista tridimensionalità adattandosi perfettamente al piede. A dire il vero si sente un po’ buffa, per mettersele aspetta di essere sola, nel suo personale e confortevole salotto di isolamento, visto che almeno per ora non ha combinato nulla che possa portarla nella cella di un carcere.

Quattro passi

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