Guanti bianchi e calzini traforati

Le bambine della nostra generazione hanno avuto i guanti bianchi, non solo per la prima comunione ma anche per accompagnare i vestiti più eleganti. Noi li detestavamo, erano una versione garbata della camicia di forza: non potevi fare praticamente nulla senza sporcarli.

Poi li associavamo ai funerali dei bambini, avevamo visto foto di bimbe ceree che stringevano con quei guantini il rosario e il libro di preghiere in madreperla e sembravano legati a una specie di predestinazione, infatti i nostri conoscenti che avevano perso dei figli piccoli ne conservavano le foro della prima comunione ove, anche se ancora vivi, i piccoli predestinati portavano i famigerati guantini.

Altrettanto odiati erano i calzettoni bianchi traforati, troppo belli, troppo eleganti e troppo bianchi. Per noi che non avevamo nessuna ambizione alla santità e a quella pulizia immacolata che caratterizzava anche le prime pubblicità dei nostri tempi ove donne, indubbiamente americane, sfornavano dolci con impeccabili grembiuli inamidati sulle gonne a palloncino. Tutto quel candore sembrava legato a qualcosa di assai vicino a un’immacolata concezione stile casalingo. La nostra sciatteria veniva denunciata dalla regolare discesa del calzino traforato che i nostri polpacci magri come stecchi non riuscivano a sostenere. Noi ci sentivamo in colpa, un po’ per il troppo correre e un po’ perché eravamo convinte che potesse bastare un certo sforzo di concentrazione per rafforzare la tenuta dell’elastico. Una volta scoprimmo di essere comunque abbastanza fortunate, quando facemmo conoscenza di una bimbetta che non solo doveva portare le calze bianche ma che era afflitta da una guarnizione di due orribili pon-pon che pendevano dall’elastico come fossero due ciliegie.

Trine per due

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