Oro veneziano

È bello pensare alla storia di Venezia: per calli e campielli compaiono nobili, schiavoni, cioè dalmati, e mercanti venuti da ogni dove. È un panorama affollato dal quale mancano i turisti, tedeschi, spagnoli, inglesi e francesi in pantaloncini corti, macchine fotografiche o astine per fare i selfies. Siamo fieri delle nostre chiese, dei mosaici, degli ori antichi, delle mille formelle di cotto o bassorilievi in marmo che trasmettono immagini alle quali solo i più colti sanno associare dei racconti, decifrando simboli e riconoscendo figure mitologiche.

Sarebbe bello se ci fossimo assunti il compito di spiegare agli stranieri la nostra città, ricordando i periodi più gloriosi, invece i Veneziani sono troppo ansiosi di vendere più paccottaglia possibile. Meno male che abbiamo amici, come Mario, che, parlando un dialetto splendido, ci ricordano di quando “noi” eravamo intraprendenti e coraggiosi protagonisti di mille avventure. I nostri gruppi di navigatori nel tempo si consolano per il declino della Serenissima in una buona pasticceria, la scelta è basata su un consenso unanime, in questo campo a nessuno di noi difetta né esperienza né cultura.

Tramonto

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